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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

La politica e la parola. Sala degli Atti parlamentari, 21 marzo 2018

Il 21 marzo 2018, presso la Sala degli Atti parlamentari della Biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini", ha avuto luogo il convegno sul tema "La politica e la parola", a conclusione del ciclo di incontri organizzati dal senatore Sergio Zavoli, Presidente della Commissione per la Biblioteca e per l'Archivio storico nella XVII legislatura.

Luciano Canfora, Stefano Folli, Carlo Galli, Ernesto Galli della Loggia, Chiara Saraceno, Luca Serianni, Marco Tarquinio sono stati invitati a discutere sul tema La politica e la parola, in risposta a una chiamata che chiedeva di confrontarsi su precise domande: come sono mutate oggi le parole della politica? Il linguaggio della politica ci dice qualcosa sulla società in cui esso si sviluppa? È più legato a correnti di pensiero comune o alle caratteristiche specifiche di singole ideologie?

Il seminario si è aperto con un'introduzione dello stesso presidente Zavoli, il quale ha sottolineato l'importanza della politica come istanza idealmente volta alla difesa della dignità civile, della pace e della solidarietà a livello nazionale e internazionale. Nella sua dotta prolusione, Sergio Zavoli ha preso le mosse dal settantesimo anniversario della Costituzione della Repubblica italiana per valutare quali retaggi ideologici consideriamo ancora validi nell'affacciarci, oggi, a una nuova cultura. La politica - ha ricordato Sergio Zavoli - in quanto partecipazione della cittadinanza alla struttura di una comune identità, non deve tendere alla conquista e al mantenimento del potere, bensì dare agli uomini ciò che gli consente di progredire. Si è fatto dunque richiamo a un concetto di sovranità che non appartiene allo stato, ma appunto all'uomo, e ad una visione antropologica che supera l'idea di una speranza soltanto individuale in nome della comunanza e dell'intreccio delle sorti umane (radicate nella storia del passato e proiettate verso il futuro), pur nelle inevitabili contraddizioni interne del sistema sociale. A partire da queste coordinate ideali, e sulla scorta di numerosi riferimenti filosofici e sociologici, teologici e letterari, il presidente Zavoli ha esortato a fondare la politica su un impegno etico, col richiamo a una 'metodologia della responsabilità' e nella consapevolezza che il futuro, qualsiasi possibile futuro, si basa su ciò che facciamo oggi.

È quindi intervenuto il professor Carlo Galli, ordinario di Storia delle dottrine politiche all'Università Alma Mater Studiorum di Bologna, che ha evidenziato il rapporto di 'produzione' reciproca fra politica e linguaggio e l'associazione fra parola e detenzione del potere, con la strumentalizzazione della prima in favore del secondo, soprattutto quando l'egemonia si estrinsechi a livello scientifico e culturale o in chiave populistica, come rivendicazione di una libertà slegata da convenzioni. Focalizzando l'attenzione su alcune parole-chiave, anche tra loro contrapposte, che potessero guidare la riflessione, ha ad esempio evidenziato il contrasto tra 'populismo' - atteggiamento che implica una pretesa di verità e oggettività della parola - e 'dialogo' fra parole che invece non ambiscono all'assoluta oggettività, nella consapevolezza che tutto è soggetto a interpretazione e che anche le parole dell'interlocutore possono essere portatrici di una diversa visione (dialogo fra le parti sociali, fra i partiti, ecc.).

Ha poi preso la parola il professor Luciano Canfora, docente emerito di filologia greca e latina presso l'Università di Bari, il quale ha rilevato la discrasia fra istituzioni politiche e linguaggio (le une si evolvono più rapidamente dell'altro, generando un'apparente contraddizione), a partire dalle denominazioni dei partiti, spesso in contrasto con le loro stesse pratiche. Altro elemento rilevante è, secondo Canfora, il depotenziamento sempre più marcato della parola nell'uso corrente del linguaggio politico, che richiama l'antitesi (già notata da Platone, il quale non a caso suggeriva come utopia un governo dei filosofi) fra il discorso politico "seduttivo", atto alla mera persuasione, e quello indirizzato alla verità, cioè filosofico-scientifico; tema, questo, ben presente in tutta l'epoca classica e che, con lo storico romano Sallustio, per derivazione tucididea, può essere sintetizzato in quel Vera vocabula rerum amisimus che denuncia la perdita di relazione fra le parole e i fatti. Sempre Canfora ha ricordato come nell'antica Grecia l'uso della parola fosse considerato già da Omero la caratteristica dell'uomo di potere, o come le commedie di Aristofane, in quell'Atene che fu culla della democrazia, dileggiassero la voce - oltre che la morale - dei politici, affidando alle parti non dialogiche del corifeo veri e propri comizi politici, e al contempo smascherando e deridendo, della politica, gli atteggiamenti e il linguaggio.

È seguito l'intervento dello storico e giornalista Ernesto Galli Della Loggia, professore emerito all'Università degli Studi di Perugia, che ha posto l'accento sull'affievolimento del discorso retorico e della gestualità in politica, sopraffatti da modalità di comunicazione brevi ed estemporanee come le interviste o l'uso dei social media; l'incisività della parola legata alla concretezza - ha sostenuto - si contrappone sempre più all'idealizzazione oratoria che caratterizza l'ufficialità, raggiungendo una maggiore efficacia presso l'opinione pubblica ma decretando un predominio dell'immagine sul contenuto verbale, e almeno in parte rinunciando all'ambizione di determinare l'indeterminatezza delle grandi prospettive e di portare la parola sul terreno dei principi e dei valori.

Dal canto suo il professor Luca Serianni, docente di Storia della lingua italiana alla Sapienza Università di Roma, ha svolto una riflessione sul cambiamento del linguaggio politico dal 1948 in poi (rilevando l'attenuazione delle differenze lessicali fra parti politiche), nonché sul progressivo avvicinamento tra registro formale alto e parlato colloquiale; si è cioè verificata - ha notato - una destrutturazione e una perdita di significanza, con uno slittamento di moduli tale da livellare le forme di comunicazione. Riportando anche alcune conclusioni del suo allievo Giuseppe Antonelli, Serianni ha evidenziato come dal paradigma della superiorità (un modello in cui il politico chiede fiducia perché sa di più e ci si può affidare a lui) si sia passati al paradigma del rispecchiamento (che vede nel politico una fotografia dell'elettorato, anche nelle sue componenti meno colte). Ciò comporta una perdita di quel carisma che differenziava il politico rispetto agli elettori: quanto più questi ultimi diventano 'pubblico', tanto più la politica diventa teatro (ed è invalsa infatti l'espressione 'teatrino della politica').

Il successivo intervento è stato quello della professoressa Chiara Saraceno, docente di Sociologia della famiglia all'Università degli Studi di Torino, che ha sottolineato le caratteristiche performative del linguaggio della politica (in quanto pretende di costruire la realtà), laddove la parola si contraddistingue per la sua democraticità: chi la possiede può interagire e partecipare a un dialogo comune. La politica, a parere della Saraceno, utilizza costruzioni linguistico-simboliche a partire da un punto di vista particolare, dunque sostanzialmente antagoniste rispetto al concetto di verità, e il suo linguaggio non può non essere controverso, dovendo rappresentare posizioni in conflitto. La perdita del valore pedagogico della politica è andata di pari passo col suo avvalersi di una neolingua in cui è venuto meno il nesso fra la parola e la realtà che dovrebbe rappresentare (si pensi all'espressione 'missione di pace' che occulta il ricorso alle armi). La Saraceno ha dunque esortato a cercare di andare al di là di ciò che viene detto, a contrastare le costruzioni linguistiche apparentemente ovvie ma in realtà evocative di realtà nascoste, aiutando a decostruire la neolingua e a ricostruire un vocabolario che non confonda (si pensi al linguaggio dei tweet) la concisione con l'efficacia, la cui ricerca esasperata spesso elide la possibilità di approfondimento, riducendo la comunicazione a uno sterile accumulo di slogan.

Ha concluso il dibattito il giornalista Marco Tarquinio, direttore del quotidiano "Avvenire", che ha lamentato come la politica sia ormai popolata più di grandi comunicatori che di grandi amministratori, essendo il linguaggio sempre più definito e definitivo, atto a veicolare contenuti spesso non completamente veritieri, in una forma sincopata che rasenta la violenza verbale. Anche Tarquinio ha posto l'attenzione sul rapporto tra parole e fatti, sistematicamente messo in crisi durante le campagne elettorali per far leva su timori ed emotività anche travisando la reale portata dei fenomeni; e ha concluso auspicando che l'attuale tendenza al linguaggio "del trivio" possa cedere il passo al linguaggio "della piazza", inteso come luogo del discorso e simbolo ideale di democrazia: una democrazia che tutti dobbiamo vivere e di cui non possiamo fare a meno.

Le riflessioni sviluppate nel corso del convegno hanno così gettato nuova luce su una questione di rilevante importanza per la vita istituzionale e il contesto socio-culturale del nostro paese, alla cui comprensione i relatori hanno offerto un autorevole e vivace contributo, ognuno sulla base delle proprie competenze accademiche e professionali.

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